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EMEL MATHLOUTHI

dal mediterraneo all'islanda

un melting pot di sonorità, un'unica voce per la libertà

Emel Mathlouthi, cantante e compositrice tunisina, scrive la sua prima canzone a 10 anni. Nata e cresciuta a Tunisi, ben presto le sue canzoni vengono censurate in tutto il paese per effetto della dittatura culturale e politica. Così, nel 2007, Emel parte alla volta di Parigi dove esplode il suo talento compositivo. Nel 2008 canta Kelmti Horra (La mia parola è libera) durante la Rivolta dei Gelsomini, diventando un’icona della Primavera Araba, di cui Klemti horra diventa ben presto l’inno. Oggi Emel vive a New York, dove continua a far valere la sua voce in nome della verità.

Nel 2012 pubblica il primo album omonimo che raccoglie le canzoni composte durante la dittatura, segnando l’inizio di una nuova avventura musicale ispirata al trip hop degli anni ’90, alla musica popolare di protesta degli anni ’60 e agli agitatori musicali degli anni ’70 provenienti dall’Egitto e dal Libano. Tuttavia Emel Mathlouti non vuole essere necessariamente etichettata solo come cantante di protesta: ”È davvero difficile riuscire a essere considerati musicisti e basta”, confessa l’artista nella sua intervista su Internazionale.

Quest’anno Emel torna in Italia con il suo secondo album Ensen uscito per Partisan Records il 24 febbraio 2017: un disco che attraversa i confini della musica, coniugando un universo sonoro unico fatto di ritmi e strumenti tradizionali del Nord Africa (come le percussioni dal suono molto profondo, chiamate bendir, il gumbri ,una specie di basso a tre corde, e lo zukra ,una sorta di flauto) con le sonorità elettroniche all’avanguardia d’impronta fortemente nordica.

Ma quello che rende Ensen un album sui generis è il modo in cui le sonorità strumentali interagiscono con la componente vocale: Emel rivisita e fa sua la ricca tradizione pop del Maghreb in modo personalissimo, cantando la maggior parte delle sue canzoni rigorosamente in arabo: è come se per fare breccia nel pubblico, Emel non avesse bisogno di essere compresa, almeno non sul piano del linguaggio.

La sua voce, trascinante ed empatica, è infatti il mezzo con cui l’artista entra in connessione con il pubblico di tutto il mondo: dotato di grande versatilità, il timbro di Emel sa accarezzare con note di ipnotica dolcezza, ma anche far tremare, come un boato che viene dal profondo. Cela in sé la memoria di un mare ”che anticamente ci univa e ci rendeva una cosa sola. E questa è una caratteristica notevole in un periodo in cui il Mediterraneo anziché unire sembra dividere”.

Secondo l’artista infatti, il compito più importante che spetta oggi a tutti gli artisti è quello di “sottolineare tutto quello che ci unisce in un momento in cui tutti sembrano voler parlare di quello che ci divide”.